Guinevere’s maying

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Il dipinto di Collier scelto si ispira alla figura di Ginevra, moglie di Artù e personaggio leggendario appartenente al mondo della letteratura.

 

Dal mito alla storia e viceversa

Il personaggio di Ginevra lo abbiamo incontrato tutti fin da bambini nelle leggende arturiane. Il nome “Ginevra” lo incontriamo come italianizzazione del nome inglese Guinevere. In realtà i nomi del personaggio sono più di uno, specie le forme di lingue gaelica (gallese ed irlandese) [1]. Nelle Triadi Gallesi [2], in alcuni brani vengono citate tre donne [3], tutte dal nome simile Gwenhwyfar, ognuna considerata moglie di Artù. In altre versioni ancora, sempre di lingua gaelica, la moglie di Artù sarebbe stata al centro di una contesa che avrebbe portato alla Battaglia di Camlann [4]. Nella Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, lei è una delle donne più belle di Britannia, discendente da una nobile famiglia romana, educata sotto Cador duca di Cornovaglia.

 

Nei romanzi medievali non gallesi, lei è la figlia di Leodegrance, un re che viene aiutato da Artù nel corso di una controffensiva; Artù vede la bella figlia del re e se ne innamora. Il successivo arrivo di Lancillotto guasta tutto perchè Ginevra prova per costui una fatale attrazione che la porterà poi al tradimento; i due amanti vengono poi scoperti dai nemici di Artù che porteranno l’adulterio a conoscenza del re. Artù, tradito e umiliato condanna la moglie al rogo e solo in ultimo arriva Lancillotto a salvare Ginevra. In altre versioni ancora Ginevra si ritira in convento per espiare il peccato dell’adulterio contro il re che è anche suo marito, ma si tratta di versioni rare e poco conosciute. Le versioni in cui Ginevra compare sotto sfaccettature diverse sono davvero tante e si rifanno a fonti che a stento gli storici menzionano come fonti attendibili mescolando spesso eventi di cronaca con tradizione e mitologia se non addirittura elementi di mitologie diverse. Ci sarebbero persino alcuni racconti, frammentati, sempre nelle Triadi in cui Ginevra avrebbe avuto una relazione con Mordred e anche per noi è stato sconvolgente, perché è la prima volta che si sentiva tale versione della storia di questa donna appartenente, secondo il nostro parere, più alla leggenda ed alla letteratura che nemmeno al reale mondo medievale di cui il più storico degli Artù potrebbe aver fatto parte come soldato che ha respinto le invasioni nemiche.

 

Una buona parte delle fonti medievali risalenti al XII secolo riportano il celebre rapimento di Ginevra da parte di Maleagant, un cavaliere disertore della Corte di Camelot. Se ne fa menzione per la prima volta nell’opera Vita di Gildas [5] di Caradoc di Llancarfan. Secondo il racconto per fare torto ad Artù, Maleagant ne rapisce la moglie e inizia una cerca di un anno che si conclude con la vittoria di Artù che riprende il maltolto e uccide il nemico. Esiste presso la Porta della Pescheria di Modena una rappresentazione di questa cerca e l’assedio contro Maleagant e sopra si riporta l’iscrizione in latino medievale in cui viene citato chiaramente un REX ARTURUS DE BRITANNIE.

 

 

Figura 1 – Porta della Pescheria, Duomo di Modena

 

Se Artù fosse stato realmente un personaggio storico, ovvero un soldato di origini romane o un nativo della Britannia celtica che abbia contribuito a respingere le invasioni, sua moglie potrebbe essere stata rapita da dei nemici e tale episodio potrebbe aver ispirato il celebre rapimento di Ginevra, ma si tratta di supposizioni e ipotesi, almeno per quanto riguarda Ginevra. Il rapimento della moglie è però un classico troppo scontato per certi versi, anche nelle cronache storiche di cui si ricorda quella di William ed Eleanor nel XIV secolo, che ispirarono la ballata di Hellelil e Hildebrand e simili riportate solo un secolo fa nella raccolta delle Child Ballads. Rapire la moglie del nemico, che essa sia complice o vittima del rapitore, era anche presso le tribù più antiche, il più classico dei reati: vuoi umiliare il nemico? Rubagli la moglie. Questo perché la moglie era in buona parte ancora proprietaria dei suoi beni portati in dote e dunque perdere la moglie significava perdere un patrimonio, una comica se ci proviamo ad immaginare un re che discute con il rapitore di sua moglie per elencare tutte le perdite economiche che avrà se non ottiene la moglie indietro. L’importanza della dote di una moglie, specie una regina, è spiegata anche dalla cronaca storica: quando nella prima metà del XII secolo, per esempio, Eleonora d’Aquitania e Luigi VI vedevano il loro matrimonio dichiarato nullo per consanguineità, lasciare andare Eleonora per il re significava perdere tutte le terre che Eleonora portava con sé e quindi i confini della Francia si ridimensionavano. Allo stesso modo lasciarla andare e costringerla a mollare tutti suoi possedimenti non fu facile nemmeno per il secondo marito, Enrico II, che voleva dividersi da lei senza però mollare la presa sulle sue proprietà per dare un feudo anche al figlio Giovanni e il solo modo era costringerla a prendere i voti e fare suora una come lei era praticamente impossibile.

 

Come il rapimento anche l’adulterio di una donna nei confronti del marito, Ginevra verso Artù, potrebbe avere sì preso riferimenti da cronache, ma quali, visto che la storia ne è piena? L’Artù storico è collocato in un periodo, V-VI secolo e che fa parte dell’Alto Medioevo, in cui non era strano che un sovrano o comunque un capo, un signore della guerra [6], si sposasse più volte e con donne spesso più giovani [7] per avere figli forti, anche se più il re invecchiava e più le capacità riproduttive si riducevano, considerando anche le condizioni di vita e di igiene di quei tempi. Dove stava la stranezza per una donna che non provava alcun interesse nei confronti di un vecchio, con magari quarant’anni più di lei quando vita media era di trenta? Ragazzine in spose a uomini vecchi per il loro tempo, se ne trovano esempi in ogni epoca e non si potrebbe affermare con certezza, salvo non si trovino fonti incontestabili, quale di questi casi fu quello di una probabile e storica figura di Ginevra.

Secondo lo scrittore e storico Jean Markale la figura di Ginevra fu probabilmente ispirata o comunque ricalcata su quella storica di Eleonora d’Aquitania, non a caso l’ho citata poco sopra. Eleonora rappresentò per i suoi contemporanei una novità e anche un pericolo per molti versi. Presso l’austera corte parigina i suoi costumi e il suo carattere, specie l’influenza sul re, apparvero molto negativi e in alcuni casi provocarono anche dei veri e propri disastri come la spedizione (che si risolse in un insuccesso) contro la contea di Tolosa su cui Eleonora vantava dei diritti, per via della nonna Filippa di Tolosa. Fu sospettata di più di un adulterio, uno perfino incestuoso con lo zio di vent’anni più vecchio di lei e anche con secondo marito le cose partirono con una sorta di idillio e finirono quasi nel sangue. Non sarebbe strano se questa fosse la vera base storica della figura di Ginevra che ad Eleonora per molti versi assomigliava, dalle vesti al potere. Infine, considerando che Eleonora era la regina dei trovatori, chi meglio di un trovatore o uno scrittore sotto la sua tutela non l’avrebbe vista come la migliore incarnazione di Ginevra mettendosi spesso al posto di messer Lancillotto, nelle proprie inconfessabili fantasie?

 

Concludiamo la parte storica dicendo che anche se la figura di Ginevra o Gwenhwyfar esisteva già prima del XII secolo perché di una moglie di Artù si faceva già menzione, non è ancora possibile stabilire fino a che punto possa esserci una base storica come per la figura dello stesso Artù. Questa ipotesi non esclude però le altre e quella ultima, cioè quella secondo la quale la figura di Ginevra come noi oggi la conosciamo meglio, è ricostruita sulla figura storica di Eleonora d’Aquitania è certamente una delle più probabili. Il bello della storia è proprio questo: c’è sempre qualcosa da scoprire, quando si indaga per capire le origini di una cosa e quello che si trova spesso è davvero straordinario.

 

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Il dipinto dedicato a Ginevra e al May Day

Il dipinto è molto nitido e ricco di dettagli, ad un livello vicino a quello di Leighton. Nella scena raffigurata si vede un corteo che accompagna Ginevra e viene festeggiato il mese di maggio. Non è una festa dei lavoratori, ma il termine maying risale al XIV secolo e si riferisce ai festeggiamenti che nel Nord Europa e nei Paesi nordici si teneva con l’inizio del raccolto e prima della cristianizzazione delle Isole Britanniche corrispondeva a Beltane. Successivamente questi festeggiamenti furono cancellati e sostituiti da quelli cristiani o laici e finirono nel dimenticatoio. Nella tradizione cristiana e soprattutto cattolica, il mese di maggio è dedicato alla Madonna, ma probabilmente si tratta di una celebrazione che è maturata nel corso dei secoli e in relazione anche ai cambiamenti del calendario. Oggi il May Day ha perso se non entro determinati parametri il suo significato storico: dove le tradizioni popolari cristiane o pagane locali sono tramontate, rimangono le festività ufficiali a seconda della religione diffusa in un luogo, un paese, anche se secondo alcuni sarebbe festeggiata secondo le antiche usanze da coloro che ancora oggi seguono l’antico credo celtico, pochissimi e non sempre riconosciuti dalle chiese ufficiali e dalle istituzioni. Il fatto che Ginevra sia stata rappresentata nel contesto di una festa pagana e non cristiana può essere un riferimento al mondo celtico di cui Artù faceva parte nella mentalità collettiva sia nel XIX secolo sia nel XII. La maggior parte dei romanzi principali dedicati ad Artù sono del XII secolo e le descrizioni degli scrittori sono sempre riferiti al loro tempo contemporaneo. Inoltre Artù, essendo strettamente legato alla storia della Britannia e risalendo le prime fonti al periodo delle invasioni, quando la Britannia non era ancora cristiana, viene quasi sempre visto e immaginato in un mondo più celtico che nemmeno medievale anche se secondo noi si tratta di due mondi che nella storia della Britannia si completano a vicenda [8]. Quando pensiamo a qualcosa di medievale lo associamo quasi sempre anche al cristiano, allora dovremmo far cominciare il Medioevo dall’anno 33 d.C. o direttamente all’anno zero; in realtà dobbiamo semplicemente cercare di ricordare e capire che la Britannia è sempre stata un mondo un po’ a sé, indipendente ed autonomo, anche nella tradizione e religione.

 

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I costumi dei personaggi

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Il costume indossato da Ginevra è il bliaud del XII secolo, di colore bianco. Precisamente si tratta di una variante: sopra la camicia veniva indossato la tunica appunto nota come bliaud aderente intorno alla vita e con gonna svasata che arrivava fino a terra e così anche le maniche che lasciavano anche intravedere la manica della camicia. Attorno alla vita però, all’addome precisamente, veniva applicato una specie di corsetto molto stretto (non adatto in gravidanza) e poi veniva fissato dietro o ai fianchi. Alla vita era sempre portata la cintura, metallica o di tessuto. Anche la manica del bliaud poteva cambiare, in alcuni esempi era arricciata – come nel dipinto – e scendeva svasata, in altri casi era un po’ a sbuffo e poi svasata, insomma, ce n’erano varie di forme di questo abito. In testa Ginevra non porta una corona ma un semplice velo cinto da un cerchio dorato, probabilmente facente parte del tessuto del copricapo e i capelli lunghi e color rame sono raccolti in trecce lunghe secondo la moda del XII secolo.

 

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I due uomini che tengono le redini del cavallo indossano l’uno (quello a destra di Ginevra, probabilmente uno scudiero) una tunica con cappuccio tipica un po’ di tutta la moda medievale maschile, specie nei ceti medio-bassi, anche se era molto diffusa nella seconda metà del XII secolo. Il secondo uomo, a sinistra di Ginevra, indossa invece un abito da nobile con fini decorazioni all’orlo della scollatura e delle maniche e a metà manica circa (lo stesso motivo si riproponeva anche nell’orlo del gonnellino della tunica). In testa il cavaliere, cosa probabilmente rara nella realtà storica, salvo non faccia parte di un costume inerente alla festività di Beltane, indossa una corona di fiori rosa. Dietro a Ginevra c’è un corteo che scompare alla vista dell’osservatore man a mano che si guarda una figura dietro l’altra. Il primo uomo è un giovane a cavallo (forse Lancillotto?) con capelli biondo scuri e mossi, corti, il volto coperto di barba; indossa una tunica che non si riesce a vedere bene ed il mantello lo porta allacciato su un lato e non in posizione davanti centrale. Dietro di lui, abbracciata per sostenersi, vi è una donna, probabilmente un’ancella che indossa un copricapo che non lascia intravedere i capelli. Si tratta di un copricapo abbastanza diffuso per il tutto il periodo medievale, specie per le figure servili femminili.

 

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Fonti bibliografiche

 

  • Medieval Tailor's Assistant: Making Common Garments 1200-1500 di Sarah Thursfield. Quite Specific Media Group Ltd ed., 2001 – 224 pp.
  • Historical costumes of England – From the Eleventh to the Twentieth Century di Nancy Bradfield A.R.C.A. G.G. Harrap & Co. 3rd ed.
  • English costumes. Vol I Early English e II Middle Ages di Dion Clayton Calthrop. A. & C. Black ed. 1878
  • Patterns for Theatrical Costumes: Garments, Trims, and Accessories from Ancient Egypt to 1915 di Katherine Strand Holkeboer. Drama Publishers ed., 1993 – 350 pp.

Note

[1] La forma gallese del nome Gwenhwyfar, che sembra essere affine con il nome Findabair irlandese, può essere tradotto come "l'incantatrice bianca", o in alternativa "la fata bianca/il fantasma bianco", e non si esclude un collegamento con il mondo celtico. Alcuni hanno suggerito che il nome potrebbe derivare da "Gwenhwy-fawr" o "Gwenhwy la Grande", che contrasta il carattere di "Gwenhwy-fach", "Gwenhwy la piccola"; Gwenhwyfach appare nella letteratura gallese come sorella di Ginevra, ma nella sua edizione delle "Triadi gallesi", Rachel Bromwich afferma che questa è un'etimologia poco probabile. Goffredo di Monmouth, che per primo conia il nome Merlino, rende il suo nome in latino (anche se ci sono variazioni ortografiche, di cui molte si trovano nei suoi vari manoscritti, tra cui quelli della Historia Regum Britanniae). Giraldo del Galles la chiama "Wenneuereia". Il nome così come lo leggiamo oggi entra in gioco solo nel XV secolo.

[2] Sono un gruppo di testi tra di loro collegati, che si trovano in diversi manoscritti e che riportano frammenti del folklore gallese, della mitologia e della storia tradizionale, in gruppi da tre. I testi contengono riferimenti a re Artù e altre figure semi-storiche della Britannia post-romana, come Bran il Benedetto, Alano IV, duca di Bretagna, e anche figure antiche come Cassivellauno e Carataco. Alcune triadi si limitano ad accostare figure che hanno tratti in comune, mentre altre includono spiegazioni narrative. È probabile che la triade nascesse nell'ambito della poesia orale dei bardi gallesi, che la utilizzavano per comporre i loro versi e che in seguito divenne un importante strumento retorico per la letteratura gallese. Ad esempio, la storia medioevale Culhwch and Olwen ha preso prestiti da molte triadi. L’opera delle Triadi gallesi è stata datata al terzo quarto, dunque alla fine, del XIII secolo, ma si tratta delle fonti sopravvissute e conservate oggi presso la Biblioteca Nazionale del Galles e non è da escludersi che ne esistessero trascrizioni precedenti andate però perdute.

[3] La stessa donna era, a seconda della versione presa delle Triadi, figlia di una persona ogni volta diversa. In una versione sarebbe stata figlia Gwythyr ap Greidawl, un rivale di Gwyn ap Nudd, una divinità connessa con l'ultraterreno. Viene citato per la prima volta nel testo in prosa (datato al X secolo) Culhwch ac Olwen in cui sarebbe uno dei cavalieri di Artù, mandato dal re stesso ad assistere un suo cugino, Culhwch, nella ricerca di una donna, Olwen, di cui il giovane si sarebbe innamorato in virtù di una maledizione fattagli dalla matrigna, della quale aveva rifiutato le avances. In un’altra versione ancora sarebbe stata persino figlia di un uomo chiamato il Gigante: Gogfran Gawr.

[4] Secondo tradizione dovrebbe essere stata l’ultima battaglia di Artù, in cui egli morì. Alcuni storici dubitano persino che questa battaglia ci sia mai stata. Nella maggior parte dei racconti, la battaglia è stata causata da un cavaliere che, contro gli ordini, sguainò la spada per uccidere un serpente. Sguainare una lama era contrario alle regole della tregua. Così, i due eserciti caricarono. La tradizione in lingua gallese dice che la battaglia fu il risultato di una faida tra Artù e Medrod (Mordred), con origine in una lite tra Gwenhwyfar (Ginevra) e Gwenhwyfach, rispettivamente moglie e sorella di Artù. Per altri, invece, i due si sarrebbero affrontati per decidere chi avrebbe regnato sulla Britannia.Il più antico riferimento alla battaglia si trova negli Annales Cambriae, che riporta la data del 537: "lo scontro di Camlann nel quale Artù e Medraut (Mordred) morirono". I resoconti successivi si trovano nell'Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth e nella storia gallese "Il sogno di Rhonabwy".Per alcuni il luogo della battaglia potrebbe essere Queen Camel nel Somerset, che è nei pressi della fortezza vicino a South Cadbury (identificato da alcuni con Camelot), dove il fiume Cam scorre sotto la Camel Hill e l'Annis Hill. I luoghi più compatibili con la teoria di un Artù nordico sono Birdoswald o Castlesteads, vicino al Vallo di Adriano: la seconda località, in latino, si chiamava Camboglanna. Altre identificazioni proposte sono: il fiume Camel lungo il confine della Cornovaglia e il fiume Camlann, nell'Eifionydd (Galles).

[5] Gildas (c. 500-570) è stato un religioso britannico del VI secolo ed è una delle figure documentate della Chiesa cristiana nelle isole britanniche durante questo periodo. Viene identificato spesso come Gildas Sapiens (Gildas il saggio) e viene ricordato soprattutto per la sua opera nota come De Excidio et Conquestu Britanniae, che contiene racconti della storia della Gran Bretagna. È considerata la sola importante fonte per la storia di questo periodo. Esistono due versioni della Vita di Gildas: la prima scritta da un Monaco di Rhuys in Bretagna, probabilmente nel IX secolo, il secondo scritto da Caradoc di Llancarfan, amico e contemporaneo di Goffredo di Monmouth, composto nella metà del XII secolo. Caradoc, presumibilmente scrivendo a Llancarfan nel Galles, non menziona alcuna connessione con la Bretagna e alcuni studiosi, in particolare Frank Reno, credono che il Gildas di Bretagna e il Gildas di Rhuys siano due persone distinte pur completandosi a vicenda le due storie.

[6] Non dobbiamo immaginare un Artù fine ed elegante ma rozzo rispetto alle versioni del XII secolo dove Chretien ci porta in una corte delle meraviglie che non esisteva.

[7] Questo costume lo ritroviamo anche in epoche successive, non solo nel Medioevo.

[8] Anche in epoca medievale, pur immaginando un Artù più celtico che contemporaneo e avendo a disposizione le sole fonti scritte depositate in monasteri e la tradizione popolare, gli scrittori dovevano per forza di cose ambientare le loro storie nel loro mondo e nel loro tempo, giocando con la trama delle loro storie e compiacere i loro protettori. Spesso addirittura mescolavano elementi diversi della storia e della mitologia e delle cronache per raggiungere il loro scopo. Il problema del discernimento si è posto solo dopo, specie oggigiorno in cui ci si pone seriamente la domanda riguardo la storica esistenza di alcuni personaggi rispetto ad altri che sono chiaramente frutto della fantasia umana e dell’immaginario collettivo.

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